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Nei bar e nelle pizzerie di Reggio Emilia e dintorni frequentati dai giocatori di calcio a 5 si sentono da sempre discorsi che cercano di comprendere questa disciplina e il perché delle sue contraddizioni. E non manca mai ad un certo punto della serata l’introduzione del tema riguardante la cura del settore giovanile, in Italia molto carente e solo da pochi anni reso pseudo-obbligatorio da parte della Federazione per alcune categorie.
Mi sono sempre chiesto come sarebbe questo sport se invece che il quasi deserto che proponiamo, per lo meno nella realtá di Reggio Emilia, vi fosse a disposizione un settore giovanile consistente, strutturato a partire dall’etá più tenera e in modo da accompagnare la crescita dei giocatori di domani. Più volte i giá citati bar hanno ascoltato interminabili litanie riguardanti il fatto che sia impossibile cambiare le cose e che se avessimo un serbatoio del genere dal quale attingere molti dei problemi di questo sport si verrebbero a risolvere.
A Valencia ho trovato una situazione eccezionale da questo punto di vista. Vi sono circa 2000 bambini tesserati quest’anno, a partire dai 5 anni per attraversare diverse categorie fino all’under 18, ognuna delle quali prevede un campionato specifico della Federazione, oppure a volte 2 aggiungendone uno intercollegiale (purtroppo non dispongo di dati più dettagliati, portate pazienza).
Ogni prima squadra, a parte alcune rare eccezioni, dispone di tutte le categorie giovanili, spesso presenti ognuna in forma duplice, quindi due benjamin, due alevin, due juvenil, eccetera a coprire una fascia di complessivamente 10-14 anni di etá.
Oltre a questo ci sono poi anche alcune squadre femminili, ma questa è un’altra storia.
Ogni prima squadra quindi dispone di un ampio serbatoio di ragazzi costruiti in casa che periodicamente vanno ad alimentare il grande turn over di giocatori. Sì perché tendenzialmente il fatto che non vi siano rimborsi spese rende l’etá media di gioco piuttosto bassa per i non professionisti, un’etá che si colloca all’incirca intorno ai 27 anni, etá nella quale più o meno si termina l’universitá e si avvia in modo strutturato un’attivitá lavorativa e si muovono i primi passi per costruire una famiglia. Confrontandomi con alcuni miei compagni di squadra è emerso come non vi siano molte alternative: o si diventa tanto bravi da fare il salto nei professionisti oppure si gioca con un gruppo di amici calando man mano la categoria. Del resto il professionismo richiede doti notevoli e può essere praticato o da studenti universitari o da persone che percepiscono cifre molto consistenti per permettere di allenarsi circa 8 volte a settimana. E anche qui ci sono poi le difficoltà legate al fatto che sono in pochi quelli che percepiscono cifre consistenti che permettono, una volta appese le scarpe al chiodo, di vivere di rendita. E così vi sono molti che una volta alle soglie dei 30 decidono di riciclarsi nelle categorie inferiori prendendo poco o niente ma trovandosi un lavoro più sicuro del giocatore di futsal.
Le squadre quindi, almeno quelle di serie B che ho potuto vedere, nel complesso sono molto giovani, con un’etá media intorno ai 24 anni e un buon gruppo di ragazzi che appartengono alla stessa squadra da moltissimi anni. Si crea quindi anche un legame molto forte tra il giocatore e la squadra, specie quando questa è strettamente collegata con una scuola.
Infatti un aspetto credo centrale che permette questo proliferare di giovani è proprio il fatto che in Spagna esistono moltissime scuole che offrono il tempo pieno (collegios), all’interno delle quali è presente il campo da calcetto o da basket piuttosto che quello di calcio. Normale quindi che vi sia una facilitá di primo approccio con questo sport. Le scuole poi si strutturano in squadre che poi si confrontano all’interno dei campionati che dicevo sopra. Quindi girando per Valencia è molto facile trovare campi da calcetto con dimensioni accettabili e con le porte regolamentari, oltre al fatto che all’interno delle scuole stesse vi sono allenatori specifici di questa disciplina. Sul tema allenatori torneremo in un altro post.
Questa a grandi linee la situazione valenciana. In altre cittá, come ad esempio Madrid, siamo ancora un altro pianeta: si parla di circa 200.000 tesserati e, unica eccezione in Spagna, Federazione a sé e non comitato affiliato alla Federazione calcio.
La riflessione che mi viene è che nonostante un gioiellino del genere vi sono comunque molti problemi anche qui e che la dimensione di sport minore, anche se ben sostenuta da una base forte, ad un certo punto della piramide, finisce per collassare su se stessa. Naturalmente con proporzioni e caratteristiche diverse da quelle del futsal italiano, nel quale in serie A1 e A2 di italiani se ne vedono ben pochi, mentre qui lo stesso discorso vale per gli stranieri (e di solito si tratta di qualche mostro brasiliano o argentino).
Quindi in conclusione di questa puntata: certamente il discorso riguardante il settore giovanile è un nodo importante da sciogliere per dare un senso al nostro calcio a 5 ma non credo possa essere la panacea per tutti i mali di cui si parla in pizzeria! Del resto ad oggi rimane uno dei pochi punti fermi su cui di certo valga la pena di investire, forse non tanto per la disciplina in sé, ma per tante altre questioni che a questo investimento sono collegate.
Massimiliano. |
                
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