.::Home Page::.
.::Chi Siamo::.
.::La Società::.
.::Le Squadre::.
.::Palazzetto::.
.::Ris. e Class.::.
.::Photo::.
.::Giornalino::.
.::Contatti::.
.::Links::.
.::Archivio::.
  
|
Andiamo verso il termine di questa rubrica. Con questo e il prossimo numero dichiaro concluso l’esperimento e spero di aver quantomeno stuzzicato un po’ di curiositá con questi spaccati direttamente dalla Comunidad Valenciana.
In questa puntata vorrei aprire una riflessione sul concetto di calcio a 5 e quello di futbol sala, per scoprire che molte differenze che ritroviamo tra Italia e Spagna sono legate ad una determinata maniera di concepire proprio i confini e i significati delle parole.
La mia riflessione nasce da un semplice fatto che ho riscontrato direttamente sul campo, o meglio a bordo campo: dopo pochi minuti dall’inizio della gara tutti i giocatori si vanno a scaldare all’altezza dell’area di rigore e restano in movimento per tutto il corso della partita. Subito mi è sembrata una cosa molto sensata. In uno sport con cambi volanti, e in cui in ogni momento ci può essere bisogno di ogni componente della rosa, è logico pensare che sia necessario mantenere tutti caldi e pronti ad entrare. Poi mi sono detto che in Italia questo sarebbe impossibile perché esiste un regolamento molto restrittivo al riguardo che impedisce di fatto che i giocatori possano scaldarsi a lungo e soprattutto tutti insieme. Mi sono chiesto se la presenza di una regola del genere sia riconducibile ad una indifferenza, da parte del regolamento italiano, a questo logico assunto oppure se c’è qualcosa di più profondo.
Nel corso dei mesi ho osservato anche altre cose che hanno guidato la mia risposta finale. Ad esempio il fatto di vedere come, in terra iberica, all’interno di una partita i cambi siano molto frequenti e che i quintetti di partenza vengono modificati frequentemente in base agli avversari o alla specifica situazione di gioco che si vuole impostare. Al contrario, stando legato ai miei ricordi italiani, nel campionato nostrano si ha spesso la netta percezione dell’esistenza di un quintetto di base e di una serie di cambi molto gerarchizzati, che variano cioè più rispetto all’anzianitá o allo spessore del giocatore che non alla specifica utilitá del momento.
Infine mi sono stupito molto della facilitá dimostrata nell’utilizzare il portiere-giocatore, pensato spesso come una forma di giocata tattica più che come rimedio alla disperata degli ultimi 2 minuti.
La risposta che mi sono dato è che tali differenze siano legate a quanto lo sport che giochiamo nei palazzetti sia legato culturalmente a quello che si gioca nei campi 11 contro 11.
È comprensibile e normale che quando nasce un nuovo sport esso vada a prendere tutte le idee di base dallo sport che si considera ad esso più vicino. Chiaramente il calcio ha avuto vita facile in questo, non solo perché si gioca con i piedi, ma anche perché nel periodo iniziale tutti giocatori di calcio a 5 venivano presi dal calcio. E lo stesso è successo spesso con allenatori e dirigenti. Si sono radicate così una serie di abitudini e di modi di concepire le diverse situazioni e i differenti aspetti di questo sport nascente strettamente mescolate e confuse con il mondo del calcio. Di qui la difficoltá nel concepire che nel calcio a 5 non ha alcun senso parlare di titolari e di riserve, non è funzionale far scaldare un giocatore un minuto prima di entrare in campo (soprattutto quando magari è stato seduto per una buona mezz’ora), il modo di giocare varia in base ad ogni singola situazione e non può essere sempre quello.
Credo che per essere corretti dovremmo vedere più vicinanze con il basket più che con il calcio con il quale, alla fine dei conti, abbiamo in comune solo l’uso dei piedi e tra l’altro non proprio nello stesso modo. Se pensiamo alla suola del piede, a parte Zidane e qualche sporadica giocata da ricordare, nei campi di calcio è piuttosto rara vederla usare.
In Spagna ho potuto constatare come il concetto di futbol sala sia molto più sganciato da quello del calcio. E non perché qui si sia meno patiti: in qualsiasi serata i bar hanno perennemente acceso il televisore con una partita del Real, del Barca, del Valencia (fino alle più sconosciute squadre della Liga) e nel week end si raddoppia con partita alle 20 e alle 22.
Quello che sono riusciti a fare da queste parti è di dare una identitá specifica al futbol sala, che non è presa da nessun altro sport, semplicemente è futbol sala. Per questo la stragrande maggioranza dei giocatori ha sempre giocato solo a questo sport e non riconosce molte analogie con il calcio. Gli allenatori seguono corsi appositi, organizzati da tecnici di questo sport e chi va a vedere una partita conosce le regole e non dice “chi gioca di punta oggi?”.
Come si fa ad ottenere questo obiettivo? Prima di tutto con il tempo. C’è un necessario bisogno di lavoro fatto anche solo dal numero di anni di esperienza di una certa disciplina e in Italia, in questo senso, siamo davvero più vicini al Carling che non ad altri sport con i quali confrontiamo il calcio a 5 e che invece vantano una storia molto più consistente. E poi ci sono le solite formulette magiche che ci si ripete tutti i giorni: ovvero il settore giovanile, la promozione culturale di questo sport nelle scuole, l’utilizzo delle risorse per far crescere strutturalmente le societá più che per farle vincere, gli investimenti sul medio e soprattutto sul lungo periodo e non con lo sguardo al prossimo anno e poi vediamo.
La Spagna non è partita molto prima di noi ma è riuscita (anche perché ha avuto, come abbiamo visto nelle puntate precedenti di questa rubrica, alcuni aspetti culturali e sociali a suo vantaggio) a costruire una identitá di questo sport. Forse è questo che noi invidiamo alla Spagna e, pur essendo per tante cose messi molto meglio, ci sembra sempre di essere lontani anni luce.
Costruire una identitá specifica per uno sport non è un punto di arrivo, è piuttosto un punto di inizio. Prima ci arriviamo e prima possiamo cominciare a divertirci.
Massimiliano.
|
                
|